11 settembre 2001, la tragedia in diretta e la rivoluzione che ci ha cambiati

L'attacco alle Torri è sempre stato raccontato come uno di quegli eventi per cui, tragicamente, ci saremmo sempre ricordati cosa stavamo facendo quando ne siamo venuti a conoscenza. Questo esercizio è uno sforzo che vale la pena di fare, non tanto per collocare quel drammatico evento all’interno delle nostre vite, quanto per riflettere su come queste nostre stesse vite, e il sistema economico in particolare, si sono trasformate negli ultimi vent’anni. Due decenni sono naturalmente un periodo storico molto lungo, in media circa un quarto di una vita umana; i cambiamenti non sono quindi stupefacenti: sono, al contrario, molto ovvi. Ma epocale è la velocità con cui il sistema economico si è trasformato e, anzi, si sta ancora trasformando. Tanto è vero che si parla di una quarta rivoluzione industriale in atto: la digitalizzazione dell’economia. Torniamo all’11 settembre del 2001: molti di noi avevano già un indirizzo e-mail, che usavano molto poco; quasi tutti anche un cellulare, che però faceva esattamente e solo quello per cui era stato inventato: le telefonate. Ci siamo informati sui fatti di New York principalmente attraverso radio, televisione e giornali, cioè quelli che oggi definiamo media tradizionali. Il telefono lo abbiamo usato per chiamare a casa e avere aggiornamenti, non certo per navigare sui siti di informazione. Qualcuno di noi era fuori casa, stava acquistando delle merci che oggi invece ordinerebbe comodamente da casa o dall’ufficio. Il numero della carta di credito, una volta custodito gelosamente, oggi è inserito in qualunque tipo di sito per velocizzare i nostri acquisti. Non è semplicemente la crescita di internet che caratterizza questo ventennio, ma certo la rete ha dato un contributo dirimente. Eppure, il secolo non si era aperto bene per le cosiddette dotcom. Nel 2000 il Nasdaq, l’indice dei principali titoli tecnologici della Borsa americana, aveva registrato un crollo nella quotazione di tutte queste imprese. La fiducia nella redditività della cosiddetta new economy, sostenuta da chiunque fino a qualche settimana prima, era crollata. Tuttavia, tante di quelle aziende ci sono ancora: trasformate, rinate, cresciute; addirittura, per qualcuna, diventate colossi mondiali. Basti pensare, giusto per fare due esempi, a Google e Amazon. A testimonianza di come l’economia digitale fosse già all’epoca molto più vicina a quella reale e tangibile di quanto non lo fosse a quella semplicemente finanziaria. E di come l’esplosione di quella bolla non abbia potuto interrompere una tendenza che ormai era già avviata e che avrebbe poi trasformato il nostro modo di vivere. E se è relativamente facile pensare ai vantaggi dell’economia digitale, vale la pena di riflettere sui pericoli che essa porta con sé e sulle sfide ancora da risolvere.

GLI SQUILIBRI

Dal punto di vista individuale, la minaccia principale riguarda una privacy messa sempre più a rischio, a volte da comportamenti individuali non sempre adeguati, ma molte altre volte anche da una condotta irregolare delle aziende che operano nel settore. Non si tratta semplicemente di profilazioni commerciali, certo fastidiose ma non completamente inutili, bensì di vere e proprie invasioni nella nostra vita con la raccolta di dati che riguardano i nostri spostamenti, le nostre preferenze politiche, la nostra salute. Dal punto di vista aggregato, invece, le questioni principali riguardano la crescita delle disuguaglianze e la necessità di regolare i fenomeni economici in un contesto mondiale che vede il potere non più solidamente in mano ai soli stati nazionali ma spesso anche alle imprese. Per quanto riguarda le disuguaglianze, ogni rivoluzione porta con sé uno sconvolgimento di equilibri preesistenti e consolidati. Nelle diverse epoche, le innovazioni hanno premiato quei Paesi dove erano presenti materie prime, fonti energetiche, competenze scientifiche.

Questa rivoluzione non è da meno. Con l’aggravante, dal punto di vista della gestione del potere, che il conflitto non è più solo tra Stati nazionali ma anche tra questi ultimi e le aziende. Dal lato fiscale, la digitalizzazione dell’economia toglie i tradizionali riferimenti impositivi agli Stati (la residenza, il luogo dell’acquisto, etc.) e sottrae enormi quote di reddito e ricchezza agli erari. E infatti la sfida fiscale degli ultimi anni è quella di trovare soluzioni coordinate e condivise per una tassazione dei colossi digitali. Una sfida, bisogna ammetterlo, ancora lontana dall’essere vinta. Non solo il potere fiscale è messo in crisi: anche quello monetario lo è. Le criptovalute sono ancora molto volatili ma prima o poi entreranno in competizione con le valute nazionali. E le banche centrali dovranno attrezzarsi per non perdere il controllo delle valute nazionali. In questo contesto, come si sta comportando il nostro Paese? Come spesso accade, non siamo attori principali della rivoluzione ma la stiamo ancora rincorrendo. Le disuguaglianze che si vedono a livello mondiale si riproducono anche nel nostro Paese, caratterizzato ancora oggi da un cosiddetto “digital divide” che discrimina aree periferiche e, tanto per cambiare, meridione. Certo, il Piano nazionale di ripresa e resilienza sembra prendere sul serio questa sfida; addirittura, il governo Draghi ha creato un ministero apposito, quello della transizione digitale. Ma tutto ciò testimonia in realtà la necessità di recuperare rispetto ai ritardi accumulati negli ultimi anni. Un ritardo che deve spronarci a gestire e non solo a subire gli effetti di questa rivoluzione.

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