Italia senza figli, la ricetta: silver economy e lavoro di qualità

L'ideale sarebbe invertire la rotta. Riportare nell’arco di una decina di anni il Paese verso quota 500mila nascite, arrestare il calo della popolazione residente che in otto anni ha già fatto sparire l’equivalente di una città come Milano, ridurre l’emorragia di potenziali lavoratori destinata a penalizzare sempre di più il sistema produttivo.

Nella realtà però questi obiettivi potrebbero essere raggiunti solo in parte. E probabilmente, al di là degli sforzi, alcune variabili sfuggono al nostro controllo. E allora anche sulla demografia, europea e in particolare italiana, si potrebbe aprire una discussione simile a quella che già ha fatto capolino nella sfida della transizione ecologica: quante energie vanno dedicate a contrastare le tendenze in atto, forse ormai irreversibili, e quante allo sforzo per mitigarne gli effetti e adattarsi? Applicato alla situazione concreta del nostro Paese, questo dubbio di fondo si traduce in alcune specifiche questioni. C’è un modo di frenare la caduta del Pil indotta in modo quasi automatico dall’assottigliarsi della popolazione attiva? I contribuenti di domani riusciranno ad assicurare pensioni e servizi sanitari alla crescente massa di anziani e ultra-anziani? E ancora, la domanda forse più insidiosa: sarà capace di crescere e di innovare una società così sbilanciata verso le generazioni che hanno vissuto nel passato?

IL REPORT

Una prima risposta ha provato a darla la Ragioneria generale dello Stato nel suo Rapporto annuale “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”. Ci attendono, argomentano i tecnici del Mef, «una sensibile riduzione della popolazione in età di lavoro già a partire dal 2030 e un aumento dell’indice di dipendenza degli anziani che non ha precedenti per rapidità ed intensità di crescita». Per inciso, l’indice di dipendenza degli anziani è il numero di persone di 65 anni e più ogni 100 persone in età attiva (15-64 anni). Vent’anni fa ce n’erano circa 28, oggi sono 38. Secondo le previsioni Istat, nel 2050 saranno 65: due potenziali pensionati ogni tre lavoratori. È una situazione gestibile? Ancora il rapporto della Rgs osserva: «Il fatto che aumenti la quota di popolazione anziana appartenente alle generazioni nate a seguito del boom economico (e, quindi, con una propensione media al consumo più elevata rispetto all’attuale generazione di anziani) induce a ritenere che possa materializzarsi un aumento medio dei consumi con un conseguente necessario incremento della produttività delle coorti che a quell’epoca saranno in età attiva e una consistente riduzione attesa del tasso di disoccupazione». Dunque nei prossimi decenni l’Italia con pochi figli funzionerebbe più o meno così. Da una parte molti anziani relativamente in salute e mediamente più benestanti rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, inclini a spendere per un paniere di beni e servizi ben più vasto di quello che contiene cibo e medicine. Dall’altra un blocco di giovani e adulti meno abbondante, con una missione ben chiara: lavorare di più e meglio. Il primo di questi due quadri si riferisce a qualcosa che in realtà già esiste, ma che secondo le previsioni dovrebbe svilupparsi in misura sempre crescente: la famosa silver economy. La quale è vista generalmente come un’opportunità di mantenere il più possibile stabile l’attuale livello di consumi, spostandone una parte dalle generazioni che diventano meno numerose a quelle mature e abbondanti. È chiaro che questo passaggio comporterà una graduale trasformazione del sistema produttivo, con l’indebolimento di alcuni settori e il rafforzamento di altri. Oltre alla salute (sempre più tecnologica e preventiva) e all’alimentare, le aree con maggiore potenziale individuate dalla Commissione europea sono la cura della persona (integrata anche con la robotica), l’arredamento (in particolare con le soluzioni “intelligenti” per le abitazioni) le attività ricreative e il turismo (a misura di terza età). Più difficile è delineare i contorni del mondo del lavoro di domani e capire come i cambiamenti influenzeranno l’intero sistema economico.

I FATTORI

Si può procedere per via negativa, elencando i fattori che saranno certamente indispensabili ma non sufficienti, da soli, a tenere la barca a galla. Il primo è la partecipazione al mercato del lavoro, che deve assolutamente crescere rispetto ai livelli attuali. In Italia, questo risultato dovrebbe essere ottenuto lungo tre direttrici: da una parte attraverso il proseguimento della tendenza già in atto che vede una maggiore attività delle stesse fasce anziane a causa dei più severi requisiti di pensionamento, dall’altra – in misura ancora maggiore – con un significativo incremento della presenza di giovani e donne nelle file degli occupati. Presenza che oggi è ben al di sotto di quella registrata negli altri Paesi. Nell’insieme, il tasso di occupazione per la fascia 15-64 anni che oggi è appena al di sopra del 60 per cento (e storicamente sotto questa soglia nei decenni scorsi) dovrebbe superare entro una ventina d’anni il 66 per cento; nonostante ciò il numero complessivo degli occupati dagli attuali quasi 23,5 milioni scenderebbe gradualmente fino a scivolare sotto quota 20 milioni nel 2070. In sintesi: anche con più gente al lavoro ci sarebbero molti meno lavoratori.

LA PROSPETTIVA

Come si potrebbe rimediare allora? La pesante eredità del passato, sotto forma di riduzione del numero di genitori potenziali, fa sì che anche una (non scontata) ripresa della natalità avrebbe effetti molto limitati, almeno nel medio periodo. Va senz’altro ipotizzato un aumento del saldo migratorio, da ottenere sia con la riduzione del flusso di giovani italiani verso l’estero, sia e soprattutto con un aumento degli ingressi. Il saldo inserito nelle previsioni Istat si aggira intorno alle 130mila unità l’anno; è interessante notare che lo scenario demografico disegnato invece da Eurostat prevede un valore quasi doppio, con conseguente minor perdita di popolazione. Ma come emerge da alcuni studi della Banca d’Italia presentati il mese scorso a Roma (con un’introduzione del governatore Ignazio Visco) nemmeno un miglioramento su questo fronte – per quanto importantissimo – potrà risultare decisivo. Cosa serve in più? Uno scatto della produttività. Che allinei quella italiana ai valori europei e allo stesso tempo avvicini sotto questo profilo Centro-Nord e Mezzogiorno. E infatti, tornando al Rapporto della Ragioneria generale dello Stato, questo auspicabile balzo si concretizza in un tasso di variazione reale della produttività per occupato che già nel 2045 raggiunge l’1,5 per cento annuo, per poi mantenersi allo stesso livello fino alla fine dello scenario di previsione, ovvero il 2070. Di conseguenza, il prodotto interno lordo continuerebbe a crescere in termini reali, anche se non di tanto: qualcosa come l’1 per cento l’anno o poco meno. Non sarà facilmente abbordabile nemmeno un andamento del genere, visto che la variazione media della produttività è stata invece negativa nell’arco dello scorso decennio. Un’Italia sempre meno giovane dovrà quindi mettersi a correre. Dire che sarà difficile non è solo una forma di scetticismo sulla performance del Paese, alla luce dell’esperienza passata: studi condotti recentemente mostrano che, a parità di altre condizioni, l’incremento dell’età della forza lavoro – nonostante l’accumulo di esperienza che comporta – provoca al contrario un calo della produttività.

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