C’è un bar a Pechino che è diventato il luogo di incontro della Silicon Valley cinese. Il gennaio scorso quando Z.ai è diventata la prima azienda al mondo di intelligenza artificiale generativa a quotarsi, il gruppo ha organizzato un’intera settimana di eventi, offrendo drink e cibo a sviluppatori e founder.
Si chiama AGI bar e dai discorsi che gli imprenditori tech fanno si comprende la posizione che la Cina ha intenzione di prendere in questa rivoluzione tecnologica: tanti modelli aperti a basso costo (a differenza della California dove tutto si sta concentrando nelle mani di Big Tech) e investimenti importanti in robotica. Il governo sta cercando di far crescere questa industria con l’obiettivo di superare gli Stati Uniti: per questo prevede un finanziamento di 300 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per creare l’infrastruttura (data center principalmente) e sgravi fiscali per aumentare l’interesse degli imprenditori.
Sembra che negli Stati Uniti si stia puntando su un’altra partita: la Silicon Valley finanzia un sistema chiuso, si è parlato molto di economia circolare creata da Nvidia, e per ora crede soprattutto ai chatbot e molto meno ai robot. E alla Casa Bianca, c’è un presidente che ha appena compiuto 80 anni e non è mai stato appassionato di nuove tecnologie. Anzi, da tempo diversi analisti sostengono che gli Stati Uniti non stiano facendo abbastanza per evitare che la Cina riesca a superarli.
Donald Trump sembra infatti più interessato a firmare decreti presidenziali con i quali cambiare i nomi a golfi e laghi (con l’ultimo ha rinominato Lake Ontario, al confine con il Canada, in Lake America) che a creare le condizioni affinché l’industria tech possa crescere.
Se gli Stati Uniti stanno immettendo capitale privato nell’IA generativa, con il Financial Times che parla di investimenti per 725 miliardi di dollari nel 2026 solo da Amazon, Google e Meta, la Cina si concentra sulla robotica e sugli umanoidi: le previsioni più recenti fatte ad aprile da Morgan Stanley dicono che alla fine dell’anno il mercato dei robot cinese arriverà a 2 miliardi di dollari per poi toccare i 15 miliardi nel 2030. In tutto Pechino dovrebbe pagare 400 miliardi di dollari nel settore.
LE ANALISI
I risultati sono già molto evidenti, anche solo guardando i dettagli: un’analisi di Omdia ha calcolato che nel 2025 la Cina ha messo in commercio 13mila umanoidi. Elon Musk ha detto che prevede la vendita di Optimus solo nel 2027, anche se spesso il ceo di Tesla ha presentato previsioni che non si sono avverate. I dati diffusi dai media di Stato cinesi sostengono che il Paese abbia 140 start-up che producono robot dalle sembianze umane, guidate da Unitree che nella quotazione di agosto ha raccolto 905 milioni di dollari, con finanziamenti da Tencent, Alibaba e DeepSeek. A luglio nel corso di un forum organizzato da Nikkei a Tokyo, Irving Chen, direttore della regione Asia e Pacifico di Unitree, ha detto che siamo a «due massimo cinque anni» dal “momento ChatGPT” dei robot. I dati di Tracxn sostengono che in Cina ci sono 61 produttori di robot umanoidi e negli Stati Uniti 34, poco più della metà. Al terzo posto c’è l’India che sta cercando di emergere come la terza potenza del settore, con 15 aziende attive. Anche i Paesi del Golfo stanno investendo nel settore. L’Arabia Saudita ha fondato Humain, la società di IA del suo fondo sovrano PIF, che vale quasi mille miliardi di dollari, e ha aperto con Alat e Lenovo un centro di produzione da 2 miliardi di dollari dedicato a IA e robotica. Il piano è di investire decine di miliardi di dollari in IA e infrastrutture dati come parte di Vision 2030.
Gli Emirati Arabi Uniti stanno costruendo ad Abu Dhabi un polo di supercalcolo da 5 gigawatt, e secondo le stime di settore l’IA potrebbe contribuire fino a 320 miliardi di dollari all’economia mediorientale entro il 2030. Gli investimenti globali in IA, guidati da Usa, Cina e Paesi asiatici, starebbero creando le condizioni per evitare una recessione che potrebbe essere causata dalla guerra in Medio Oriente. Ma il Fondo monetario avverte anche che, se la domanda dovesse rallentare, o se dovesse scoppiare una bolla, questo effetto potrebbe sparire in pochissimo tempo. Il Wall Street Journal in un articolo uscito a metà agosto spiegava come questo scontro sia anche geopolitico: gli Stati Uniti hanno infatti appena bloccato le importazioni di robot prodotti in Cina, sostenendo che siano «una minaccia alla sicurezza nazionale».
Gli analisti di Bernstein credono che questa sia solo la prima decisione: nei prossimi mesi Washington metterà alcune aziende di robotica nella blacklist e vieterà agli investitori americani di finanziare il settore. Ha senso? La Cina sta applicando una formula imparata dagli Stati Uniti del secolo scorso: il soft power è potente quanto ogni altra forma di leva economica. Per questo nel Paese si moltiplicano gli eventi in cui i robot vengono presentati al mondo: la notte del Capodanno cinese gli umanoidi di Unitree hanno fatto uno spettacolo di danza, con salti e mosse complesse. Ci sono tornei di arti marziali con robot ed eventi sportivi: in uno degli ultimi è stato anche battuto il record di Usain Bolt nei cento metri. Ed è per questo che diventa molto difficile fermare un Paese che a differenza degli Stati Uniti ha la capacità manifatturiera.
PROSPETTIVE
La Silicon Valley e i suoi frontier lab stanno cercando di creare una posizione di primato in quello che è il cervello dell’IA (i software e i modelli) e l’infrastruttura (i data center e i microchip). C’è anche da aggiungere che sono proprio le aziende americane a controllare l’IA. Ma alcuni ricercatori credono che sia un approccio quasi sicuramente miope. Tra questi c’è Yann LeCun che all’inizio dell’anno ha lasciato Meta dopo un decennio per creare una sua start-up e puntare sui world model, modelli in grado di uscire dal computer e analizzare la realtà, che secondo il ricercatore saranno indispensabili per la transizione verso l’IA fisica, ovvero i robot. Parlando a un evento a Brooklyn all’inizio dell’anno aveva spiegato il motivo della sua decisione: visioni diverse rispetto a quelle di Mark Zuckerberg.
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